Tropea e Dintorni

Arme della città di Tropea
Home Editoriale Politica Cultura Spettacoli Sport Economia Numeri utili Rubriche Archivio
Chi siamo Lettere Poesie Hotel Villaggi Tropea Località Dintorni Escursioni Itinerari Artisti
La collaborazione a Tropea e Dintorni è da intendersi a titolo gratuito ed a scopo divulgativo. Gli autori si assumeranno ogni responsabilità sul contenuto dei propri lavori. La redazione si riserva il diritto di accettare ogni elaborato.

Rss feed Rss Feed  
e-mail e - mail

Il Meteo Il meteo

Manifesti e volantini Manifesti 

Gasperina LentoRiflessioni su un viaggio che dovevo e volevo fare 

Guidati nell’inferno di Auschwitz

Ho riascoltato scoppi tremendi seguiti da silenzi assordanti…

 

di Gasperina Lento

foto S.Libertino, S. Brugnano

Voglio rivolgere un affettuoso e grato saluto a tutti coloro che mi sono stati compagni in questo viaggio che avevo vagheggiato da anni insieme abbiamo vissuto tanti momenti forti e toccanti e altri leggeri.. Un pensiero particolare al nostro Virgilio il prof. Henryk Swicbocki che ci ha guidati nell’inferno di Auschwitz equilibrando con la sua pacatezza le nostre emozioni. Questo era un viaggio che dovevo e volevo fare: un pellegrinaggio in onore di chi aveva tanto sofferto, tra cui un mio amato zio, nei luoghi da noi visitati. Tavolo relatoriLuoghi sacri per tutti gli uomini di buona volontà, luoghi che emanano ancora l’energia del dolore che vi si è consumato. Ciò si percepisce come un brivido strano, che fa male e percorre il corpo di chi ha la ventura di calpestare le terre del dolore. Io, donna di un’altra generazione, di quella generazione che ha subito gli orrori della seconda guerra mondiale, sapevo che avrei dovuto affrontare una dura prova e mi ci ero preparata da tempo. Pensavo di essere abbastanza forte, ma varcare il cancello con l’ironica e oscena scritta << ARBEIT MACHT FREI>> e sentirmi inerme è stata una cosa sola; poi il colpo di grazia Blocco n 5: la tragica poesia di scarpette raggrinzite dal tempo e dal dolore, di leggiadri grembiulini ricamati con chissà quanto amore a cuoricini e fiori, di un golfino di lana bianca con il bordo a quadretti blu identico ad uno che avevo sferruzzato per il mio primogenito, di una bambola col volto fracassato ha avuto la meglio sul mio vecchio cuore, è stato il mio punto di rottura e ho pianto. Ho pianto tutto il dolore che avevo tenuto dentro, rimosso per un tempo incredibilmente lungo. In un attimo ho rivisto le esecuzioni sommarie di giovani che non avevano voluto aderire al disegno nazista, ho risentito il cigolio sinistro dei Panzer tedeschi in ritirata, ho riavuto fame e freddo, ho riascoltato scoppi tremendi seguiti da silenzi assordanti… Tra gli occhiali e le lacrime non ci vedevo quasi più; ho solo notato alcuni ragazzi che mi guardavano e i miei nipoti Tavolo di Lavoroche mi stringevano il braccio come per proteggermi da me stessa. Al dolore improvvisamente si è sostituita una rabbia sorda e una disperazione che mi spingevano a chiedere a Dio dove si trovasse mentre si consumava quello scempio. La risposta l’ho avuta quasi subito, nel sotterraneo davanti all’angusta cella del martirio di padre Kolbe. Dio era con lui e con gli altri martiri, li teneva tra le braccia e li accompagnava al muro della morte o nella camera a gas stava vicino alle madri che cantavano l’ultima ninna nanna per l’ultimo sonno dei loro piccoli. Egli vegliava su quegli uomini che avevano il coraggio di pregare e di innalzargli i loro canti di fiducia a pochi metri dai forni crematori, dove una volta avvelenati, sinistri carrelli li avrebbero infornati. In quei campi in cui tutti i tormenti potevano essere inflitti, a quelli che comandavano mancava l’idea del BENE, altrimenti non avrebbero potuto abitare belle villette a un tiro di schioppo dalle prigioni, abbracciare a sera i loro bambini quando ne avevano mandati a morte migliaia durante il giorno. L’assenza del Bene si Henryk Swiebockivedeva e si sentiva ancora di più nella landa desolata di Birkenau, tra i binari abbandonati che erano serviti per la deportazione di migliaia di ebrei e le baracche,mentre una nebbia pesante saliva in quel triste pomeriggio dell’14 novembre, dal terreno e avvolgeva tutto col suo manto spettrale. Sempre lì in una baracca in cui ancora sopravvivono i miseri giacigli in cui tanti esseri umani passarono con dolore, subendo ogni sorta di atrocità, i loro giorni ho sentito senza ombra di dubbio l’odore della morte e non era un buon odore. Per essere certa che la mia non fosse una suggestione chiesi alla prof La Rocca che mi era vicina :<< Senti questo odore?>>. E lei << Anche voi?>>. Come potrò mai L’inferno di Auschwitzdimenticare? Come potrà la mia coscienza assolvere? Potrò solo cercare di distruggere, finchè avrò vita, ogni seme di violenza in cui mi imbatterò alla maniera di Gandhi. L’avrei fatto comunque, ma adesso me lo chiedono tutte quelle mani verso cui non ci fu pietà, quelle creature innocenti spinte con odio dentro le camere a gas, quegli esseri umani su cui si sperimentò colpevolmente come non si farebbe nemmeno con dei topi, tutte quelle povere ceneri sparse dovunque il vento le abbia volute disperdere, tutte quelle sedie mute, immobili nella piazza del quartiere ebraico di Cracovia… Qui ha fine la chiave di lettura emotiva di Auschwitz-Birkenau. Poi c’è l’altra, quella razionale, pregna di domande a cui la storia non ha ancora saputo dare risposte esaustive. Tutto potrebbe essere racchiuso in un angoscioso: << Perché? perché?>> Perché volere annientare un popolo umiliandolo fino all’inverosimile? Perché violare tante coscienze e assuefarle all’odio? Alla non pietà? La guerra è una cosa orribile ed esecranda sempre, ma la persecuzione di un popolo, la distruzione della dignità umana è qualcosa che sfugge ad ogni L’inferno di Auschwitzanalisi, soprattutto se si pensa che tra i carnefici c’era gente colta: filosofi, scienziati, alti ufficiali che pure dovevano essere stati abituati al senso dell’onore.
Come abbia potuto un uomo: malaticcio, brutto, con dei baffetti ridicoli, non troppo brillante se non in oratoria, trascinare tanta gente in un allucinante avventura sarà per me sempre un mistero. Pensare che l’uomo può diventare l’essere più spregevole dell’universo mi deprime. Non posso, sarebbe come assassinare i miei sogni e le mie utopie, sarebbe come cominciare a morire. Invece guardo il cielo azzurro, bacio un bambino, volgo un pensiero riconoscente “ai giusti”, che hanno agito con coraggio e generosità, rivedo i visi assorti ed emozionati dei nostri ragazzi, ricordo le loro domande timide ma piene di pathos e penso ad un uomo nero presidente degli Stati Uniti d’America e spero. Spero che l’agnello riposi accanto al lupo facendo mio il sogno di Martin Luther King e so che solo allora la terra sarà un paradiso dove ognuno potrà vivere in pace la sua diversità.  

Gennaio  2009 www.tropeaedintorni.it © 1994-2009 - Tutti i diritti sono riservati.  Web master e design  Francesco Barritta - Libertino